
Sotto la superficie dei boschi, anche in Valposchiavo, si estende una rete lunga chilometri e fondamentale per l’equilibrio naturale dell’ambiente: è il micelio, organismo che dà origine ai funghi. Di questa realtà non molto conosciuta si è parlato venerdì 19 settembre alla Sala Tor di Poschiavo, in un incontro inserito nel calendario culturale “Un anno insieme alla mia terra” e promosso dall’Associazione Terra Nostra per il mese di settembre dedicato a cacciagione e a funghi.
Dopo il saluto introduttivo della presidente Elisa Bontognali, che ha sottolineato l’importanza di riscoprire e valorizzare le peculiarità naturali e culturali della valle, la parola è passata ad Adriano Sassi, medico generalista classe 1950 e membro della Società Micologica Luganese, affiancato da Silvano D’Alesio. La Società studia e cataloga i funghi della regione, con particolare attenzione a quelli velenosi, per diffondere conoscenza e promuovere una raccolta sicura e rispettosa.
“Spesso si comincia con la curiosità di capire se un fungo si può mettere in padella o meno,” ha raccontato Sassi, “ma poi si scopre che c’è molto di più. È un mondo affascinante, che va oltre a ciò che si può mangiare e cosa no”.
Un mondo nascosto
Nel Canton Ticino sono state catalogate oltre duemila specie di funghi, un dato che offre la misura della loro straordinaria varietà. Ma ciò che vediamo in superficie, con cappello e gambo, è solo una piccola parte: il vero organismo si trova nel terreno, dove il micelio si sviluppa come una fitta rete di filamenti, lunga anche chilometri. Quando le condizioni di umidità e temperatura sono favorevoli, il micelio produce i corpi fruttiferi che conosciamo, la cui funzione principale è diffondere milioni di spore minuscole dell’ordine di 10 micron, quindi invisibili a occhio nudo, che si disperdono nell’aria e per mezzo di questa colonizzano nuove aree.
Secondo la classificazione scientifica, i funghi non sono piante né animali. Appartengono a un regno a sé, con caratteristiche proprie: come gli animali, non producono energia tramite fotosintesi, ma come le piante restano immobili e radicati al substrato. Sono dunque un ponte tra mondi diversi, e al tempo stesso attori fondamentali della salute del bosco.
L’arte di riconoscerli
Riconoscere i funghi non è semplice, ha spiegato Sassi, illustrando immagini e dettagli di alcune specie. Non basta osservare il colore del cappello, che anzi è quasi l’ultima fonte informativa: bisogna considerare la forma delle lamelle, l’attacco al gambo, il colore delle spore e persino la struttura interna ma anche l’odore e magari il genere di albero sotto cui si trova. Alcuni funghi sono ottimi commestibili, ma difficili da distinguere da specie tossiche.
Per questo è importante rivolgersi a un riconoscitore ufficiale prima di consumare funghi di cui non si sia certi. In Valposchiavo, però, di riconoscitori non ce ne sono. Consultando la piattaforma vapko.ch, il centro più vicino risulta a Samedan. Una carenza che, secondo Sassi, sarebbe utile colmare, almeno con qualche figura di riferimento a livello locale.
Nonostante ciò, il Valposchiavo negli ultimi decenni non sono stati registrati casi di intossicazione da funghi, un dato che suggerisce una certa prudenza da parte dei valposchiavini. Probabilmente, chi raccoglie funghi qui preferisce attenersi a poche specie sicure e ben conosciute, evitando di rischiare con varietà meno comuni, come alcune di quelle illustrate durante la serata, che pur essendo commestibili richiedono un occhio esperto per essere riconosciute senza ambiguità.
Al termine della conferenza è stato possibile osservare da vicino una cinquantina di funghi raccolti in appena un paio d’ore direttamente dall’esperto sotto Selva.














