Esercizio e riconoscimento: Wakker 2025

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E alla fine, dopo otto mesi dall’annuncio, il Premio Wakker è stato consegnato. Sembra quasi una di quelle feste che, come il Natale, vengono tanto attese e poi, una volta concluse, lasciano dietro una lieve incertezza. O forse, meglio, come un riconoscimento solenne quale è: un’attestazione, una laurea. Prima domina la frenesia dell’attesa, poi segue quello smarrimento quieto che nasce dall’assenza della tensione che ci muoveva poco prima.

Lo scorso sabato, più di cinquecento persone si sono raccolte nella piazza comunale per assistere e partecipare alle celebrazioni, con gli interventi delle autorità e di alcuni di coloro che hanno contribuito a rendere alta la qualità della vita a Poschiavo. Culmine di tre giorni di festeggiamenti, con porte aperte, visite, incontri.

Nei discorsi, le autorità non hanno mancato di ricordare ai poschiavini quanto sia bello giungere in valle, parlando della condizione periferica ma anche della qualità della vita che qui si custodisce. Si è descritto il territorio dicendo che è delimitato dal Bernina a nord e dalla Valtellina a sud, si è parlato della fase critica dell’emigrazione trasformata in risorsa, di una posizione interessante come crocevia delle Alpi, ma per lungo tempo segnata da collegamenti invernali difficilissimi oltre il passo. Poi la religione, l’economia, ora il turismo: i fili che intrecciano la trama del luogo nella sua sfortuna e nella sua fortuna.

Sul perché si sia costituita così la morfologia geografica della valle, sul come la forza di gravità abbia attratto i ghiacciai in una particolare direzione, col favore delle rocce sottostanti, e come mai questi elementi naturali non abbiano piuttosto favorito un’altra configurazione del territorio, non ci è dato sapere con precisione. E questo vale anche per le più recenti dinamiche storiche: si possono ricostruire certamente spiegazioni a posteriori, ma rimane sempre difficile individuare e attribuire cause per ogni evento.

Le spiegazioni retrospettive, in effetti, risultano spesso manchevoli: non riescono a cogliere quell’eccedenza che distingue una situazione eccezionale da un’altra apparentemente simile. Nel caso di Poschiavo, sono innumerevoli le concause che hanno tradotto una sorte precaria in un destino solido, favorendo la qualità urbana e architettonica del borgo e insieme la sua vitalità culturale.

Il podestà Giovanni Jochum ha più volte ricordato che questo riconoscimento non appartiene solo al Comune, ma a tutti coloro che, nel tempo, hanno lavorato per mantenere bella, accogliente e vitale Poschiavo.

Come in ogni occasione di svolta, si formulano propositi, promesse, dichiarazioni d’intenti. Spesso restano sospese. Ma nel caso di Poschiavo non c’è motivo di dubitare: qui si è capito che la continuità non è affidata alla fortuna o alla sfortuna, alle contingenze che accadono e a cui non si sa far fronte, bensì alla pratica costante della comunità di esercitarsi nell’intraprendere.

Difendere servizi che altrove sarebbero stati chiusi, restaurare nuclei che rischiavano di sparire, reinventare attività economiche senza interrompere la continuità con il passato: ogni passo ha la forma di un esercizio collettivo, ripetuto e condiviso.

E se vogliamo esagerare, per capire la forza dell’esercizio in condizioni sfavorevoli basta pensare all’emblematica figura di Carl Hermann Unthan, nato senza braccia nella Prussia orientale. Bambino, scoprì che poteva suonare il violino con i piedi. Continuò ad esercitarsi con pazienza, fino a diventare capace di affrontare repertori complessi al Conservatorio di Lipsia. Non il talento innato, ma la ripetizione quotidiana lo rese musicista.

A proposito di condizioni esterne che favoriscono o sfavoriscono quindi, e che più che altro ci chiedono di rispondere in maniera plastica: il Premio Wakker, che ha riconosciuto la capacità della società di organizzarsi, e la qualità della gestione amministrativa nel gestire il territorio, ci ricorda e testimonia che è la pratica quotidiana e l’iniziativa individuale a incidere sull’esistenza di un luogo, più delle fortune o sfortune che la storia distribuisce. Il premio si consegna una volta sola, ma l’esercizio che lo ha reso possibile non finisce mai.