D’un tratto una voce, in fondo alla sala. Poi un’altra, dalla posizione opposta. E ancora una dopo un’altra. Un accendersi sequenziale e alternato di suoni in parole di lingue diverse, e che è esitato infine in una sovrapposizione corale. Fra il pubblico curioso di Sala Tor, è iniziato così venerdì 3 ottobre il festival “Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo”: un gruppo di scrittori e traduttori ha “tirato fuori la lingua” e di parole scritte ha fatto suono. Questo gruppo è Fervur rumantscha, progetto che intreccia la poesia romancia contemporanea con le voci dell’America Latina, posando lingue lontane come tasselli giustapposti di un unico mosaico.
“Io voglio ancorarmi a questo balletto di lingue a cui abbiamo assistito – ha detto Begoña Feijo Farina – per dirigere ancora di più l’attenzione su quello che, da cinque anni, vuole essere il nostro focus di lavoro e sul tema di questa edizione del festival: Tira fuori la lingua, un invito giocoso ad esprimersi, a utilizzare le lingue tutte in letteratura”.
L’edizione 2025 porta appunto il titolo «Tira fuori la lingua», un invito a dare voce a tutte le lingue, parlate di più o di meno, ufficiali e minoritarie, senza imbarazzo.
La direttrice artistica Begoña Feijo Farina ha espresso la vastità e la fragilità del patrimonio linguistico: “Nel mondo si parlano diverse migliaia di lingue, un numero che varia costantemente anche in funzione di come definiamo la lingua”. Ricollegandosi al titolo dell’edizione, ha aggiunto: “Tira fuori la lingua, allora, ha un significato diverso, più ampio. Lo abbiamo pensato come un sì fiero di ogni lingua che parli, che sia una lingua maggioritaria nel mondo, come lo spagnolo o l’inglese, o tanto minoritaria da non essere nemmeno considerata una lingua”.
Matilde Bontognali, rappresentante dell’Ufficio della Cultura del Cantone dei Grigioni, ha insistito sulla forza del titolo scelto: “Tirare fuori la lingua significa infatti avere il coraggio di non lasciarla atterrata tra i denti, ma di liberarla, di darle voce e di farsi ascoltare. È gesto di coraggio e libertà, un atto creativo che ci ricorda come la lingua sia viva solo quando trova la strada verso l’altro. E questo festival ne è la prova concreta”.
Il saluto del Comune è arrivato con le parole di Fabiola Monigatti: “Cinque anni fa Begoña e il suo comitato hanno acceso una piccola scintilla. L’idea che la letteratura, letta e ascoltata in tante lingue diverse, potesse diventare un punto di incontro, un luogo di dialogo, una casa aperta a tutti. Oggi quella scintilla si è trasformata in fuoco vitale”. Ha aggiunto: “Le lingue non sono muri che separano, bensì ponti che uniscono, trasformando la nostra regione in una splendida oasi di condivisione”.
Il poeta Fabiano Alborghetti ha voluto invece provocare la platea con una domanda: “Quante lingue avete parlato oggi? Non soltanto gli idiomi, intendo le altre lingue, quelle emozionali che avete parlato con gli affetti, quelle istituzionali per i rapporti di lavoro o quelle più neutre, più diplomatiche”.
Da qui la riflessione: “La letteratura, quella buona, scardina questo assunto, portandoci invece in uno stato di ibridazione. Diventa un’esperienza irregolare che si estende verso altro, verso una polifonia, verso un mutamento. Dobbiamo allora amare le parole clandestine, quelle che fanno contrabbando di altre parole perché incarnano la straordinaria varietà e complessità delle forme e del linguaggio”.
La traduttrice Ruth Gantert ha scelto di giocare sul doppio significato della parola “lingua”: “La lingua, la lengua o la langue hanno due significati allo stesso tempo. La una è una capacità, un sistema di segni. La seconda è un organo concreto del corpo, un muscolo. Mostrare la lingua non è un gesto anonimo… può essere divertente, erotico, aggressivo, o una provocazione”
Dopo i discorsi, la parola è passata alla musica con il concerto “Chansons d’amour et d’exil” della cantante Elina Duni e del chitarrista Rob Luft, che hanno intrecciato repertori popolari e jazz dalle sonorità morbide e suadenti.
Se la mano è l’organo tecnico che distingue l’uomo, capace di costruire e trasformare, la lingua altrettanto è organo simbolico che lo definisce, luogo dove il respiro si fa suono e il suono diventa senso. Non è solo un muscolo, ma fa che la materia stessa si organizzi vibrando in parole e significati. Non lasciamoci dunque ingannare da quel gesto di “tirar fuori la lingua”, ché non è, come abbiamo capito, soltanto un gioco infantile, ma tratto che ci caratterizza radicalmente: come possibilità di far parlare il mondo, un modo per renderlo condivisibile, un modo per poterlo abitare.















